Gli imballaggi rappresentano una delle principali fonti di inquinamento ambientale. Secondo i dati Eurostat, nel 2022 gli stati membri dell’Unione Europea hanno prodotto, in media, 186,5 kg pro-capite di rifiuti di imballaggio (packaging waste); l’Irlanda è stato il paese a produrne la quantità maggiore (233,8 kg). L’Italia si colloca al secondo posto, con 232,4 kg ma, al contempo, è anche lo stato membro a far registrare la quota più alta di rifiuti riciclati (159,8 kg). Ma in cosa consistono, materialmente, i ‘rifiuti da imballaggio’? Si tratta dei materiali utilizzati per confezionare prodotti e beni di consumo; stando alle rilevazioni Eurostat, nel 2022 la maggior parte di essi era costituita da carta e cartone (40,8%), seguiti da plastica (19,4%), vetro (18,8%), legno (16%) e metallo (4,9%).
La gestione dei rifiuti prodotti dagli imballaggi di scarto rappresenta una sfida particolarmente complessa, per via del non trascurabile impatto ambientale. Anche per questo, si stanno diffondendo in Italia e in Europa i cosiddetti “negozi alla spina”: nel nostro approfondimento, vediamo di cosa si tratta, come funzionano e in che modo contribuiscono a ridurre gli sprechi.
Cos’è un negozio ‘alla spina’?
Un negozio ‘alla spina’ (detto anche ‘negozio leggero’ o ‘sfuseria’) è un qualsiasi esercizio commerciale che vende al dettaglio principalmente prodotti ‘sfusi’ o ‘alla spina’, ossia in base al peso o al volume. Ma cosa vuol dire, in pratica? Anzitutto, questa modalità di vendita non caratterizza solo i negozi di prossimità o le piccole botteghe di quartiere; possono vendere prodotti sfusi anche:
- gli esercizi di vicinato, ovvero negozi “aventi superficie di vendita non superiore a 150 mq. nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 250 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti” (d.lgs. n. 114/1998);
- le medie strutture di vendita, ossia gli esercizi che hanno una superficie di vendita superiore a quelli di vicinato e “fino a 1.500 mq nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 2.500 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti”;
- le grandi strutture di vendita, esercizi con superficie superiori a quelle previste per le medie strutture di vendita.
Vediamo ora cosa vuol dire ‘sfuso’ e ‘alla spina’. Il primo termine si può applicare genericamente a qualsiasi prodotto che non costituisce quella che le normative di settore individuano come “unità di vendita”; in altre parole, ciò che viene venduto senza essere stato pre-imballato o che viene imballato (o impacchettato o confezionato per il trasporto) in negozio, al momento dell’acquisto, su richiesta del cliente. Per fare un esempio, la maggior parte dei prodotti agroalimentari, sia freschi che essiccati, spesso sono venduti sfusi: il consumatore ne acquista una certa quantità, che poi viene prezzata in base alla quantità o al peso, incartata, imbustata o confezionata in altro modo. Sono largamente venduti sfusi la frutta essiccata o a guscio, le erbe aromatiche, le spezie, i prodotti da forno o di pasticceria.
La vendita ‘alla spina’, invece, riguarda prodotti sfusi allo stato liquido come vino e olio ma anche sapone e detersivo.
Come funziona una ‘sfuseria’: regole per l’acquisto.
Qualsiasi esercizio che vende al dettaglio prodotti sfusi può:
- adoperare contenitori riutilizzabili propri, che sono resi disponibili presso il negozio stesso; il Decreto 22 settembre 2021 del Ministero della Transizione Ecologica, recante “Misure per l’incentivazione della vendita di prodotti sfusi o alla spina”, stabilisce che “l’esercente può promuovere il riutilizzo dello stesso contenitore per gli acquisti successivi al primo attraverso il sistema cauzionale”. Il cliente, quindi, versa un deposito che gli verrà rimborsato una volta restituito il contenitore in negozio;
- consentire ai clienti di utilizzare contenitori propri, purché siano adatti allo scopo. Nel caso dei prodotti alimentari sfusi, il Decreto specifica che “ai clienti è consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare” ma che, al contempo, “l’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei”.
Qual è l’impatto ambientale (positivo) di un negozio alla spina.
Sui negozi alla spina e le ‘sfuserie’ non ci sono molti studi statistici; alcuni dati significativi, però, si possono riscontrare in un paper del 2020 a cura di Eunomia, redatto in collaborazione con Zero Waste Europe e Réseau Vrac.
Il documento (“Packaging Free Shops In Europe – An Initial Report”) si basa su una serie di sondaggi e rilevazioni che hanno interessato 268 negozi con sede in svariati paesi europei (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Lettonia, Slovenia, Spagna e Ucraina). Dai dati raccolti si stima che, nel 2023, in tutta l’Unione Europea i negozi ‘alla spina’ (packaging-free shops) hanno prodotto circa 5.500 tonnellate in meno di rifiuti da imballaggi; in media, un singolo esercizio commerciale che vende prevalentemente prodotti non preimballati, è in grado di produrre una tonnellata in meno di ‘packaging waste’ all’anno rispetto ad un negozio tradizionale. Inoltre, si legge, “i negozi packaging-free preferiscono affidarsi a fornitori più vicini”, alimentando così l’economia locale.
Gli incentivi per i negozi di prodotti sfusi.
In Italia sono previsti incentivi a fondo perduto per le attività commerciali che si organizzano per la vendita di prodotti sfusi o alla spina. Il decreto-legge 14 ottobre 2019, n. 111 ha introdotto questa misura “al fine di ridurre la produzione di rifiuti e contenere gli effetti climalteranti”; il provvedimento riconosce agli esercenti di vicinato e alle medie e grandi strutture di vendita un contributo economico, erogato “a condizione che il contenitore offerto dall’esercente sia riutilizzabile e rispetti la normativa vigente in materia di materiali a contatto con alimenti”.
Vantaggi e limiti della vendita alla spina.
La pratica di vendere prodotti sfusi o alla spina presenta diversi vantaggi, a cominciare dalla significativa riduzione della produzione di rifiuti da imballaggio. Come hanno osservato alcuni ricercatori dell’Università Cergy-Pontoise di Parigi in un Working Paper pubblicato nel 2023, il consumo di prodotti “packaging-free” non riguarda tanto la “dematerializzazione” di una pratica comune quanto, piuttosto, la “re-materializzazione” della stessa, poiché “i consumatori devono moltiplicare l’utilizzo di altri oggetti, inclusi i contenitori”. Ciò impone, secondo gli autori del paper, un approccio differente anche da parte degli esercenti, che “devono assicurare la salubrità e la sicurezza alimentare in quanto i prodotti (senza imballaggio, ndr) non sono più protetti” dalla propria confezione.
Da questa osservazione si possono intravedere le possibilità, ma anche i limiti di un modello ancora poco diffuso, ovvero la necessità di un impegno costante non solo da parte dei consumatori ma anche degli esercenti e degli operatori di filiera. Secondo un sondaggio del 2023, condotto da Economiacircolare e Sfusitalia, solo il 43% degli intervistati (oltre diecimila) frequenta negozi sfusi o alla spina mentre l’84% di chi non li frequenta lo farebbe volentieri. Meno di una persona su 10 fa shopping in negozi che offrono esclusivamente prodotti sfusi o alla spina.
Il Working Paper indica anche alcuni dei motivi che potrebbero essere un deterrente allo shopping presso le ‘sfuserie’ e i ‘negozi leggeri’:
- i consumatori devono cambiare le proprie abitudini di acquisto e di consumo;
- i consumatori devono procurarsi contenitori adeguati, se non vogliono usare quelli disponibili nei negozi; inoltre, devono sopperire al fatto di non avere un’etichetta sempre a portata di mano (benché le regole sulle informazioni alimentari da fornire ai clienti valgano anche per i negozi alla spina).
Questi aspetti sono comunque bilanciati dai notevoli vantaggi che caratterizzano questo modello:
- è una forma di consumo responsabile, che punta a ridurre l’utilizzo di oggetti inquinanti e non sostenibili;
- gli acquisti sfusi o alla spina possono semplificare la routine quotidiana: meno rifiuti da gestire e smaltire dopo l’acquisto;
- contribuisce a ridurre significativamente la quantità di rifiuti da imballaggio immessi nell’ambiente.
*https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Packaging_waste_statistics
*https://zerowasteeurope.eu/wp-content/uploads/2020/06/2020_06_30_zwe_pfs_executive_study.pdf
*https://thema.u-cergy.fr/IMG/pdf/2023-20.pdf
*https://economiacircolare.com/prodotti-sfusi-survey/